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Il giorno della marmotta ovvero perché sono favorevole alla riforma dei servizi pubblici locali
 

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Per quanto possa bruciare (e in effetti brucia) l'art.15 del decreto Ronchi mette fine al giorno della marmotta che va in onda ormai da 15 anni nella normativa di settore dei servizi pubblici locali. Come per Bill Murray in “Ricomincio da capo”, intrappolato nel giorno della marmotta (nel film il tempo si ferma e ogni giorno è il 2 febbraio), per la normativa di settore ogni legislatura comincia nello stesso modo e finisce nello stesso caos.

Il tema (i spl, non la marmotta!) è importante perché qualità e quantità dei servizi erogati incidono in modo determinante sui bilanci delle famiglie più in difficoltà e più in generale sulla qualità della vita di tutti. A questo proposito il primo problema è spiegare come mai la pressione fiscale italiana, quella vera (sopra il 50%), è superiore a quella dei cosiddetti paesi socialdemocratici del nord-Europa e i servizi pubblici sono sicuramente meno “sexy” di quelli che hanno loro.

Evidentemente occorre un intervento sia nel recupero dell'evasione, secondo il principio del “pagare tutti per pagare meno”, sia nel miglioramento dell'efficienza e dell'efficacia del servizio.

La riforma approvata va esattamente in questa direzione e non può che trovarmi favorevole. E sono anche un po' stupito che il PD non lo sia.

In verità si tratta di una mezza riforma, ma che ha più pregi che difetti.Per i profani della materia basti ricordare che lo Stato, nelle sue articolazioni territoriali, da anni, non svolge più funzione di “produzione” diretta di alcuni servizi (acqua, trasporti, igiene urbana), ma ha la funzione di “committente” per conto dei cittadini. Dall'altra parte i comuni sono divenuti proprietari o partecipano alla proprietà delle aziende (le ex municipalizzate).

Il nodo sciolto da questa riforma riguarda le modalità di selezione dell'azienda che fornirà, in regime di monopolio e per un certo periodo di tempo, il servizio ai cittadini di una certa area. E i modi “ordinari” sono due:

a) gara ad evidenza pubblica (nulla di nuovo sotto il sole)

b) ad una società mista pubblico/privata, purché il socio privato sia individuato con gara ed evidenza pubblica e abbia una quota almeno pari al 40% e sia un socio operativo (non solo un finanziatore).

L'affidamento “in house providing” (cioé l'affidamento diretto senza gara all'azienda pubblica, come avveniva col Testo Unico degli Enti Locali) avviene solo in casi particolarissimi.

Detto questo rimane quello che dice la legge Galli e il TUEL: la risorsa idrica e l'infrastruttura sono pubblici e inalienabili, come il resto delle reti.

Nel caso della gara, risulterà vincitrice l'offerta economica più vantaggiosa. L'azienda pubblicase veramente efficiente ed efficace, correrà con diversi metri di vantaggio su quella privata, con buona probabilità di arrivare prima: avrà buon gioco nel fare un prezzo più basso dei privati, che invece ci devono anche guadagnare. Se questo non avverrà, significa che fino a quel momento avremo pagato di più l'inefficienza pubblica, che la quota futura di profitto privato.

Non esiste, quindi, alcuna norma che obblighi alla privatizzazione del Servizio Idrico Integrato neanche fra le norme transitorie (che tra l'altro non si capisce bene a chi si rivolgano visto che esiste una scadenza precedente) e non si capiscono le ragioni degli stracciatori di vesti seriali e ciclici (ogni volta che appare una riforma...) quando gridano alla privatizzazione. E' davvero buffo pensare che, mentre questi Savonarola si scagliano contro la riforma, i possibili regolati (Federutility), invece, la auspicano.

I vari fustigatori della gara di solito utilizzano l'argomento dell'aumento delle bollette: in effettiesiste una relazione indiretta fra il cambio di modalità di affidamento del servizio e le bollette, in quanto interviene sull'efficienza del gestore di svolgere il lavoro. In ogni caso la tariffa che stabilisce quanto dovuto per il servizio rimane la stessa di chiunque sia la proprietà dell'azienda. Quanto si paga in bolletta, oltre ai costi complessivi, dipende da come si “disegna” la tariffa per i cittadini.

E poi chi ha detto che la risorsa acqua deve avere un costo basso per tutti?

Chi ha a cuore il criterio di uguaglianza sostanziale (... di solito la sinistra) dovrebbe pensare a tariffe commisurate al reddito, oltre che al consumo, per consentire un alleggerimento del vincolo economico a chi accede all'acqua, già oggi, in situazione di difficoltà.L'altra metà della riforma (quella mancante e urgente) riguarda, invece, le autorità di regolazione. Già, perché anche qui c'é un problema: gli AATO dell'acqua, ad esempio, sono consorzi di comuni dell'Ambito territoriale ottimale. Hanno davvero gli strumenti per fare le pulci al controllato? Non è questa una faccenda secondaria, in quanto gli AATO devono sì controllare e analizzare i costi del servizio per evitare aumenti del costo collettivo.

E chi é oggi il controllato?

Molto spesso si tratta degli stessi comuni. I sindaci si incontrano un giorno con il cappello di AATO-regolatore e il giorno dopo come azionisti della spa dell'acqua o dei rifiuti.In più si aggiunga che non tutte le aziende pubbliche sono ottime aziende: le ricapitalizzazioni e i buchi di bilancio sono stati per anni ripianati con la fiscalità generale e locale. Quindi senza un criterio di giustizia, rispetto a chi usa il servizio e chi no. E qui bisogna stare con gli occhi aperti, perché la partecipazione pubblica nelle aziende è un valore: prima che qualcuno dica che è necessaria la fuoriuscita dei comuni dal capitale, vogliamo provare a pensare ad un'autorità nazionale o almeno regionale sui servizi pubblici?

Bibliografia:

D.lgs 269/03

D.lgs 112/08

Carlo Scarpa “Servizi Locali: le regole non possono attendere” (lavoce.info)art.15 decreto Ronchi 


   
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